18 Gennaio 2021

Dicono di noi

gennaio 2021

Su inaspettata e piacevole proposta di Radio News 24 è stata rilasciata una video intervista per l’emittente a copertura nazionale sul tema del risparmio energetico.

ottobre 2019

A fine anno, con altri colleghi Periti Industriali ho parlato al polo universitario di Vicenza in una giornata dedicata al tema degli NZEB (Near Zero Energy Building) ovvero edifici a energia quasi zero, portando l’esperienza personale del protocollo di progettazione PassivHaus.

Qui l’articolo pubblicato sul “PERITI INDUSTRIALI Belluno Dolomiti Magazine” di dicembre 2019:

Eppi in Tour
La previdenza a sostegno del lavoro
Incontro unico per le regioni del Nord Est
Eppi in tour, ovvero la previdenza a sostegno del lavoro. Questa la cornice entro la quale la Cassa di previdenza dei Periti Industriali ha tenuto lo scorso 26 ottobre al complesso universitario di Vicenza l’evento dal titolo «La rivoluzione NZEB: l’impiantistica a beneficio della sostenibilità. Il ruolo dei Periti alle soglie dell’entrata in vigore della direttiva europea 31/2010.». Il convegno, organizzato in collaborazione con gli Ordini delle regioni Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige, ha avuto l’obiettivo di rafforzare il welfare della categoria, valorizzando anche la riconoscibilità della professione del Perito Industriale.
Come? Attraverso tre esperienze progettuali concrete, realizzate da professionisti Periti Industriali in settori di intervento strategici e di grande attualità quali quelli della sostenibilità ambientale, del risparmio energetico e della riqualificazione urbana. Ambiti in cui il Perito Industriale può assumere nel prossimo futuro un ruolo ancor più da protagonista, grazie alle specifiche competenze e all’alta specializzazione tecnica che caratterizzano la professione. Un forte riconoscimento di questo ruolo è giunto dal Fisico, già Perito Industriale, Federico Faggin, il vicentino inventore del primo microchip della storia, del touchscreen e del touchpad.
Nato a Vicenza nel 1941, diplomato all’ITIS “Alessandro Rossi” di Vicenza ed in seguito laureatosi a Padova a pieni voti, dopo una prima esperienza lavorativa alla Olivetti, dal 1968 risiede negli Stati Uniti. È stato capo progetto e designer dell’Intel 4004, il primo microprocessore al mondo, e lo sviluppatore della tecnologia MOS con porta di silicio, che ha permesso la fabbricazione dei primi microprocessori, delle memorie EPROM e RAM dinamiche e dei sensori CCD, gli elementi essenziali per la digitalizzazione dell’informazione. Nel 1974 ha fondato la Zilog, con cui ha dato vita al famoso microprocessore Z80, tuttora in produzione. Nel 1986 ha co-fondato la Synaptics, ditta con cui ha sviluppato i primi Touchpad e Touchscreen.
Dopo una serie di prestigiosi riconoscimenti, nel 2011 ha fondato la Federico and Elvia Faggin Foundation, una organizzazione no-profit dedicata allo studio scientifico della coscienza, con cui sponsorizza programmi di ricerca teorica e sperimentale presso università e istituti di ricerca statunitensi.
Proprio questo tema è stato uno dei due punti focali del suo monologo, ovvero ribadire che una macchina può aiutare l’uomo, ma non potrà mai sostituirsi all’uomo, in quanto le macchine non sono dotate di libero arbitrio, di una coscienza, di un “io”.
Il secondo punto era incentrato sulla passione per il suo mestiere. Ha raccontato come sia fondamentale seguire fin da adolescenti quel che più siamo portati a fare, lui, che per primo è andato contro corrente, essendo cresciuto in una famiglia di dotti in materie classiche. Faggin ha riscosso infatti un applauso generale dai presenti quando, arrivato al punto di descrivere il suo arrivo in America, in quella che sarebbe divenuta in seguito la famosa “Silicon Valley”, che l’unico suo bagaglio di “saper fare” che gli ha permesso di vendersi nel mondo del lavoro, è stato anzitutto quanto appreso all’ITIS “Rossi” di Vicenza. Hanno fatto seguito alcuni interventi di colleghi Periti Industriali che frequentarono l’istituto nello stesso periodo, condividendo l’orgoglio e l’emozione dei ricordi vissuti.
Faggin ha presentato il suo libro autobiografico che approfondisce non solo il tema della sua scalata al successo ma anche l’analisi personale del valore dell’ ”io” in un’era in cui sempre di più si crede l’uomo possa essere sostituito dalle macchine.
L’intervento ha raccolto una gran attenzione e curiosità della numerosa platea, formata per lo più da colleghi Periti Industriali ma anche da studenti universitari.

Qui il video articolo montato dal nostro Ente di Previdenza

Di seguito l’intervista dedicata.

Foto ricordo con Federico Faggin durante la consegna del libro autografato

agosto 2016

Con il progetto PLAN YOUR FUTURE (qui la pagina ufficiale) e con la collaborazione di TeleBelluno e l’agenzia di comunicazione Dieci & Lode, ho dato il mio apporto per un progetto volto ad orientare i giovani delle scuole superiori sulle proprie scelte di di studio e professionali, cercando in pochissimo tempo a disposizione di descrivere la professione del TermoTecnico libero professionista.

aprile 2016

Per “Belluno Magazine” nel numero di aprile 2016 abbiamo rilasciato un’intervista alla Dott.ssa, nonché amica, Francesca Busetti con l’intento di divulgare il buon modo di progettare il comfort come mezzo per ottenere il risparmio energetico. Citando il protocollo di progettazione PassivHaus, di seguito un estratto:

Al caldo senza riscaldamento? Il modello di progettazione Passivhaus
Abitare in una casa senza impianto di riscaldamento e non avvertire il freddo quando fuori è inverno. Anzi, provare addirittura una sensazione di piacevole comfort. Senza l’utilizzo di maglioni o di coperte aggiuntive.
Quando si sente parlare di Passivhaus, termine tedesco che può essere reso con l’espressione “casa passiva”, questo è il concetto che rimane impresso, frammisto a un senso di incredulità e di scetticismo. Nel dialogo con un entusiasta progettista, immagini confuse si affastellano nella mente di chi ascolta: finestre serrate, isolamenti termici a tutto tondo, impianti di ventilazione, muffe (che non ci sono) e, soprattutto, l’assenza di termosifoni, serpentine a pavimento, stufe, insomma di qualunque oggetto a cui avvicinarsi per trovare tepore rientrando da una rigida giornata invernale. Una sorta di bunker o una soluzione originale?
Ne parliamo con due progettisti Passivhaus della provincia di Belluno, l’architetto Enrico Bortoluzzi e il termotecnico Omar Da Rold.
Che cos’è una Passivhaus e da che idea nasce?
Una Passivhaus è un edificio a energia quasi zero. Questo significa che la dispersione di energia dell’abitazione è ridotta al minimo, a prescindere dalla quota energetica che una casa può produrre autonomamente, ad esempio col fotovoltaico. Il fulcro della progettazione Passivhaus è l’involucro strutturale, che va curato nei dettagli allo scopo di disperdere meno calore possibile. È questo che consente di rinunciare, all’interno di una Passivhaus, all’impianto di riscaldamento tradizionale.
Il concetto di Passivhaus nasce nel 1988 in Germania da una collaborazione tra Wolfgang Feist – fisico edile dell’Istituto per l’Ambiente e l’Edilizia – e Bo Adamson, professore all’università di Lund in Svezia. Feist cercava di progettare un’abitazione confortevole dal punto di vista di qualità dell’aria e dell’ambiente interno, allo scopo di ridurre la presenza di muffe e allergeni. Le soluzioni adottate sono state l’eliminazione dei ponti termici – punti freddi della struttura dove è favorita l’umidità e la conseguente crescita di spore – e la realizzazione di un sistema di ventilazione dotato di filtri per mantenere l’aria sempre pulita. Da queste premesse, quasi come un corollario, è uscita un’abitazione ben isolata, che disperde pochissima energia termica.
Quali sono le caratteristiche di una Passivhaus?
Perché una casa venga definita e certificata come Passivhaus deve rispettare alcuni criteri molto precisi. Il più importante è che il fabbisogno termico per il riscaldamento, ossia il consumo per riscaldare la casa, non può superare i 15 kWh/m2 all’anno. Tradotto in altri termini, posto che 1 litro di gasolio produce circa 10 kWh, in un anno il massimo consumo deve essere di 1,5 L di gasolio per metro quadro di abitazione.
Ma è importante anche il modo con cui si riesce a mantenere costante la temperatura all’interno della casa: è un parametro che in termini tecnici si definisce come potenza di picco al metro quadro, e che deve rimanere al di sotto dei 10 W per metro quadro. Cosa significa? Che con la potenza di un phon (1 kW) io devo essere in grado di scaldare un appartamento di 100 metri quadri.
Un’altra caratteristica fondamentale è, inoltre, la buona tenuta all’aria della casa.
Questi consumi che temperatura garantiscono all’interno dell’abitazione?
20°C durante la stagione invernale e 26°C durante l’estate. Vanno garantite anche nelle condizioni più sfavorevoli, vale a dire nei giorni dell’anno in cui le temperature esterne sono più rigide (o più calde), o l’apporto solare è ridotto al minimo per la nuvolosità o per la nebbia.
Sinora abbiamo visto molti dati tecnici, ma come funziona una Passivhaus? Quali sono le sue fonti di produzione di calore?
Come dicevamo, la casa è molto ben isolata da una sorta di cappotto che passa anche sotto le fondamenta e ricopre tutte le disomogeneità strutturali; la dispersione attraverso le finestre è ridotta grazie a doppi-tripli vetri bassoemissivi. Riducendo la dispersione termica, il calore emesso dalle persone che vivono dentro la casa e quello prodotto dagli elettrodomestici in funzione (ad esempio il computer, il frigorifero…). sono sufficienti a riscaldare l’ambiente. Importantissimo è anche l’apporto termico del sole che entra dalle finestre, le quali devono essere grandi ed esposte a sud.
A tal proposito, è interessante capire come sia fondamentale tenere presente il contesto in cui sorge l’abitazione, le sue caratteristiche climatiche e ambientali: è una zona ventosa, ho degli alberi in prossimità della casa, c’è una montagna che ombreggia il terreno? Non esiste una soluzione unica, né una modalità di costruzione unica, e questo vale anche per i materiali con cui vengono realizzate le Passivhaus: posso utilizzare il legno, il cemento, i sassi… alcune case nel mondo sono realizzate addirittura con canne di bambù. L’essenziale è individuare la soluzione più adatta a quel contesto unico e specifico.
E se il calore all’interno della casa non è ritenuto sufficiente da chi vi abita?
Qui entra in gioco l’impianto di ventilazione, che non serve solo a cambiare e a depurare l’aria, ma anche a riscaldare l’aria in entrata, apportando quella quota di calore in più di cui si può avvertire il bisogno. L’impianto di ventilazione è costituito da un sistema che fa uscire l’aria viziata dalla casa ed entrare aria “nuova” dall’ambiente esterno: nel mezzo i due flussi si incontrano passando attraverso un sistema a nido d’ape, che serve a far cedere all’aria calda in uscita fino al 75% del suo calore, donandolo a quella in entrata. In aggiunta, in questo punto viene inserito un dispositivo capace di scaldare ulteriormente l’aria, che può essere una semplice resistenza elettrica. È questa l’unica, per così dire, “caldaia” della casa.
Per questa ragione si dice che in una Passivhaus non esiste un impianto di riscaldamento tradizionale. Ecco, un altro piccolo sistema di integrazione che a volte viene richiesto è lo scaldasalviette in bagno, principalmente per una questione di comfort.
E l’acqua come viene scaldata?
Tramite un sistema che possiede al suo interno una pompa di calore, e che può funzionare con l’elettricità, col solare termico o con qualunque altra fonte energetica. Come dicevamo prima, le soluzioni possono essere le più varie. Noi insistiamo tanto sui dati tecnici del consumo energetico perché questi sono i veri parametri stringenti perché una Passivhaus possa essere definita tale.
Un luogo comune:è vero che non si possono aprire le finestre di una Passivhaus?
No, si possono aprire. Semplicemente non è utile, poiché l’aria viene continuamente cambiata e depurata in maniera migliore e senza dispersione di calore tramite il sistema di ventilazione. I filtri utilizzati trattengono spore, allergeni, e soprattutto polveri sottili, le PM 10. Aprendo una finestra questo tipo di pulizia dell’aria viene completamente a mancare.
Il sistema Passivhaus può avere ricadute positive dal punto di vista della tutela ambientale?
Sì. Innanzitutto si riduce la produzione di CO2: questo è uno degli obiettivi europei da raggiungere entro il 2020, insieme all’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili e alla riduzione del fabbisogno di energia primaria.
La minor necessità di consumo di combustibili fossili per il riscaldamento comporta inoltre una ridotta emissione di polveri sottili nell’atmosfera.
Infine, da non sottovalutare è la riduzione della dipendenza energetica dall’estero. Qui entra anche in gioco un diverso approccio alla questione della ricerca di fonti energetiche: per un periodo si è addirittura rivalutato il nucleare, invece la soluzione dovrebbe passare attraverso la riduzione del fabbisogno, del consumo, della dissipazione di energia.
Ma c’è un altro aspetto da considerare, la ricaduta positiva sull’aspetto sociale.
In che senso? Quali sono i possibili risvolti sociali?
In Italia le persone indigenti ricevono dal Comune degli alloggi che sono quasi sempre in classe G o F. Oltre a vivere in una casa tendenzialmente fredda, queste persone hanno spese di riscaldamento che non riescono a sostenere, pertanto capita che sia ancora il Comune a farsene carico. Questo non conviene né all’amministrazione comunale, né a coloro che abitano in quelle case. In Germania invece, dove questa tecnica di costruzione viene utilizzata largamente, gli alloggi popolari sono tutti passivi, con una notevole quota di risparmio per la società. Per questo diciamo che le ricadute positive ci sono anche a livello “sociale”.
Una Passivhaus è sostenibile economicamente? Quanto costa in più rispetto a un’abitazione tradizionale?
L’investimento iniziale è maggiore, siamo nell’ordine di un 7-10% in più rispetto a un’abitazione in classe A. Con la riduzione dei consumi tale spesa viene ammortizzata in circa dieci anni. Tuttavia bisogna tenere presente che da questo 7-10% vanno tolte le spese per la realizzazione dell’impianto di riscaldamento tradizionale, che in una Passivhaus non ci sono. Inoltre, una volta edificata, non sono più necessarie ulteriori migliorie, ma vi sono solamente spese di manutenzione. Basti pensare che la prima Passivhaus, realizzata appunto nel 1988, è stata recentemente riesaminata ed è ancora performante.
Una tecnologia interessante, esistente da 30 anni, ecologicamente vantaggiosa… eppure in Italia se ne parla poco. Come mai?
Ci sono Passivhaus anche in Italia, principalmente in Trentino e in Alto Adige, ma non solo. Questa tecnica di costruzione è stata adottata soprattutto dai paesi del nord Europa, dove il freddo è più pungente, ma poiché isola anche dal caldo si presta a essere utilizzata anche in paesi dai climi caldi.
Probabilmente è una tecnica poco conosciuta e poco diffusa anche per una questione culturale. Come dicevamo prima, vi è ancora forse poca sensibilità per il tema della salvaguardia ambientale e, inoltre, non c’è l’abitudine a progettare sin dall’inizio in un’ottica di risparmio energetico. Siamo 30 anni indietro rispetto ad altri paesi del nord Europa. Infine c’è da dire che nel nostro territorio, soprattutto negli ultimi anni, si tende a recuperare e ristrutturare l’esistente piuttosto che a costruire case nuove. Rendere passiva un’abitazione pre-esistente è possibile, ma il risultato è meno buono rispetto a una Passivhaus progettata da zero e il risparmio energetico è inferiore.
Ripensiamo alla riflessione sulla buona norma di costruire in sintonia con il contesto e diamo un ultimo sguardo al nostro territorio, alle nostre tradizioni, al modo di costruire dei nostri nonni. Lo stile architettonico è andato uniformandosi, nel tempo, nelle varie parti del mondo, ma in fondo le soluzioni vanno cercate nel passato. Le nostre vecchie case non erano certo Passivhaus, eppure l’orientamento delle finestre a sud, con l’aggetto del “piol” (scala esterna con balcone), che consentiva l’ingresso in casa del basso sole invernale e riparava dalla calura dell’alto sole estivo, rappresenta una delle soluzioni che anche oggi vengono riproposte in un contesto di progettazione ragionata.

Guardiamo al passato per progettare il domani.

dicembre 2015

Per conto e su delega dell’associazione “IG PassivHaus Veneto” siamo stati ospiti della terza Conferenza Nazionale PassivHaus a Torino.
Un articolo del Corriere delle Alpi dedicato alla nostra partecipazione.

Una foto ricordo con il Dr. Ph. Francesco Nesi, Direttore, e amico, di “Zephir PassivHaus Italia”, l’Istituto italiano ufficialmente accreditato dal PassivHaus Institut per rappresentarlo in Italia